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(di Alessandra Moneti)
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ROMA - Il vintage è di
tendenza anche nelle
scelte di bere. Al baretto
e negli stabilimenti
balneari si riscoprono
spuma, gazzosa e in
particolare il chinotto
che, in questa estate nel
segno della recessione, va
per la maggiore. Il suo
retrogusto amaricante
piace perlopiù ai
consumatori tra i 30 e 50
anni nostalgici della
villeggiatura in Riviera,
ma anche dai gourmet. Ma
il chinotto, che in Italia
muove un giro d'affari di
oltre 60 milioni di euro
(l'ultimo dato disponibile
è quello di Assobibe del
2006), ultimamente piace
molto anche Oltreoceano,
dove ha un target più
giovane. |
Questa bibita d'antan tutta italiana nella ricetta e nell'agrume
coltivato in Liguria, dove è
presidio Slow Food, e in
Sicilia e Calabria, ha
iniziato lo sbarco in Nord
America circa tre anni fa.
Prima in Canada e poi negli
Usa, dove sono presenti
un'azienda storica molisana,
la Di Iorio spa, e la San Pellegrino.
"Verso questi Paesi - spiega
Gino Di Iorio, a capo
dell'omonima azienda - si è
orientata la gran parte della
crescita produttiva di
chinotto registrata in Italia
negli ultimi anni. Nel nostro
Paese, le vendite di chinotto
hanno segnato quest'anno una
tenuta, con punte di
incremento per i mini-formato
in vetro, in controtendenza
con le altre bevande gassate"
che - secondo dati Assobibe -
hanno iniziato a perdere colpi
già dal 2006, quando
registrarono una flessione del
3,1% rispetto all'anno
precedente. Un trend in calo
che, afferma Di Iorio "é
proseguito fino ad oggi" e di
cui hanno beneficiato oltre
alle bibite retrò anche gli
energy drink.
A produrre chinotto in Italia
sono appena una decina di
industriali delle acque
minerali, tra piccole imprese
e multinazionali, mentre fino
a un decennio fa i produttori
erano una miriade, a
distribuzione regionale. Tra
questi: San Benedetto, San
Pellegrino, Neri, Lurisia, Di
Iorio e Abbondio. Secondo gli
ultimi dati di Beverfood,
attualmente in Italia si
consumano
6 litri pro-capite annui del binomio
chinotto+spume, circa
5 litri
di gazzose,
14 litri di aranciate e
26 litri di cole (Pepsi + Coca Cola). Le cole
delle multinazionali sono i
big per quota di mercato tra
le bevande, con il 40% della
Coca Cola (1.200 milioni di
litri) e l'11% della Pepsi
(330 milioni di litri). Un 16%
di quota invece è ripartito
tra 115 aziende Pmi (480
milioni di litri) tra cui i
produttori di chinotto. Il
cavallo di Troia per l'approdo
del chinotto nella patria
della Coca Cola, così come in
Australia, racconta Di Iorio,
"é stata la comunità degli
italiani all'estero che hanno
affermato l'italian way del
bere naturale e retrò. Anche
con bibite da noi ormai
introvabili, come il rabarbaro
bevanda gassata, negli States
si è affermata l'abitudine a
bere questi soft drink col
tricolore sul tappo.
Italianietà che sembra aver
permeato anche la
multinazionale n.1, Coca Cola
Hbc Italia, che da sei anni ha
lanciato da noi il
Fanta-Chinotto".
L'amministratore delegato
della Lurisia, Alessandro
Invernizzi, parla di
"primavera del chinotto".
All'inizio dell'anno, precisa
da Roccaforte Mondovì (Cn),
"avevamo messo a budget per
tutto il 2009 una produzione
di 600 mila bottiglie del
nostro chinotto senza
conservanti né coloranti.
Mentre al 30 luglio i dati di
vendita superano i 2,5 milioni
di pezzi. Mi trovo così a
gestire un problema che tutti
vorrebbero avere: eccesso di
domanda, sia dalla
distribuzione tradizionale che
da due gruppi della Gdo del
Nord Italia, nonostante un
prezzo di 30 centesimi in più
della Coca Cola.
Fortunatamente, anche il
valore percepito dalla
clientela, così come da molti
chef stellati che abbinano
chinotti a selvaggina e
brasati, è maggiore, perché i
tempi di lavorazione di una
multinazionale sono mezz'ora,
mentre per il nostro prodotto
ci vogliono 45 giorni". (ANSA)
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